Nel quartiere ellenistico-romano di Agrigento si leggono strade ortogonali, isolati residenziali, cortili, pozzi, botteghe e pavimenti decorati. Sul vicino poggio di San Nicola emergono anche l’Ekklesiasterion, il Bouleuterion, l’agorà superiore e l’edificio noto come Oratorio di Falaride.
Il settore si trova presso il Museo Archeologico Regionale Pietro Griffo e va considerato insieme agli spazi pubblici del poggio di San Nicola. La visita riguarda soprattutto le strutture visibili e la loro funzione urbana; non sostituisce gli approfondimenti specialistici sugli scavi archeologici, sulle campagne di restauro o sulle aperture temporanee.
- Tre insulae visibili mostrano il disegno regolare del quartiere e almeno venti abitazioni individuate dagli archeologi.
- Cardi e decumani spiegano come si organizzava la circolazione nell’antica Akragas, con strade principali e passaggi stretti tra le case.
- Case con peristilio, atrio e mosaici documentano trasformazioni che vanno dall’età ellenistica ai secoli dell’Impero romano.
- L’Ekklesiasterion e il Bouleuterion aiutano a distinguere gli edifici destinati alla vita pubblica dalle abitazioni private.
- Il patrimonio storico del settore completa la lettura dei templi greci, mostrando la città abitata oltre i santuari della collina.
Dove si trova il quartiere ellenistico-romano di Agrigento e come si legge l’area
Il quartiere ellenistico-romano occupa un’area vicina al poggio di San Nicola, presso il museo archeologico di Agrigento. Il settore abitativo si estende per circa 15.000 metri quadrati e conserva una parte significativa dell’impianto urbano antico. Non si tratta di un insieme isolato di rovine romane: il tracciato collega case, vie, canalizzazioni e spazi pubblici che permettono di leggere la città nella sua dimensione quotidiana.
La posizione è utile per capire una differenza spesso trascurata durante una visita alla Valle dei Templi. I grandi edifici sacri mostrano la rappresentazione pubblica della polis, mentre questo quartiere restituisce la trama delle abitazioni, dei percorsi pedonali e delle attività commerciali. Qui la storia antica non passa soltanto attraverso colonne e frontoni, ma attraverso soglie, cortili, cisterne e ambienti distribuiti entro isolati regolari.
La scheda del Parco archeologico della Valle dei Templi descrive il quartiere come un settore con un orientamento che riprende quello dell’assetto classico della città. I monumenti oggi riconoscibili appartengono soprattutto alla fase tardo-ellenistica e romana. I sondaggi più profondi hanno però individuato livelli precedenti, riferibili a un piano urbano avviato già tra la metà e la fine del VI secolo a.C.
Questa sovrapposizione rende necessaria una lettura lenta delle strutture. Un muro non indica sempre una casa costruita in un’unica epoca, così come un pavimento non corrisponde automaticamente alla prima sistemazione dell’ambiente. Le trasformazioni romane hanno aggiornato spazi già esistenti, conservando in molti punti il disegno generale della maglia viaria. Il valore del sito sta proprio in questa continuità, visibile nell’orientamento delle strade e nella disposizione degli isolati.
Il quartiere viene spesso associato soltanto alle dimore con mosaici, ma la sua importanza per l’archeologia urbana è più ampia. Le case permettono di riconoscere diverse soluzioni abitative, dai complessi organizzati attorno a un peristilio alle abitazioni con atrio di tradizione italica. Le botteghe affacciate sulle vie indicano inoltre che l’area non era esclusivamente residenziale. Abitare, commerciare, raccogliere l’acqua e smaltirla erano azioni concentrate entro una stessa struttura urbana.
Per osservare l’insieme senza confondere gli elementi, conviene distinguere tre livelli. Il primo è quello delle strade, che definiscono le direzioni principali. Il secondo è quello degli isolati, cioè gli spazi delimitati dalla rete viaria. Il terzo riguarda gli ambienti interni delle abitazioni, dove appaiono pozzi, portici, intonaci, pavimenti e installazioni produttive. Questa sequenza evita di ridurre il quartiere a una semplice successione di muri bassi.
Il poggio di San Nicola completa la visita perché ospita edifici di natura diversa. Verso nord-est si trovavano aree sacre e pubbliche, mentre sulle pendici meridionali si conserva l’Ekklesiasterion. Più a nord si riconoscono l’agorà superiore e il Bouleuterion. Il rapporto fra quartiere domestico e spazi civici mostra una città articolata, nella quale le funzioni pubbliche non erano separate da un paesaggio urbano astratto.
Il settore va quindi letto come una parte concreta di Agrigento antica. I templi greci restano fondamentali per comprendere la città, ma le abitazioni rendono visibile la continuità della vita urbana nei secoli successivi. Questo passaggio dal monumento al tessuto cittadino è la chiave per comprendere ciò che si vede tra San Nicola e il museo.
Quali strade e isolati si riconoscono nel quartiere ellenistico-romano
La rete viaria è l’elemento più utile per orientarsi davanti alle strutture del quartiere ellenistico-romano. Il sistema era formato da vie con andamento nord-sud e da assi trasversali est-ovest. L’incrocio regolare di questi percorsi definiva una griglia urbana, attribuita allo schema ippodameo, che organizzava il terreno in blocchi rettangolari destinati alle abitazioni e alle attività connesse.
Le fonti descrittive del Parco indicano quattro cardi orientati da sud a nord, con una larghezza approssimativa di cinque metri e una distanza di circa trentacinque metri l’uno dall’altro. Il Cardo I aveva un ruolo rilevante perché conduceva verso la collina dei templi. Non è soltanto un dato topografico: questo asse rende leggibile il rapporto tra il quartiere abitato e la zona monumentale della città.
A nord, il sistema incontrava una grande strada est-ovest. In età greca era una plateia, cioè una via principale; in età romana venne riutilizzata come decumano. La sua larghezza viene indicata in circa undici metri nella descrizione dell’area pubblicata dal Parco. Una parte della pavimentazione romana in terracotta permette ancora di riconoscere la consistenza materiale di questo asse, probabilmente identificabile con il decumanus maximus.
La differenza fra cardo e decumano non serve soltanto a usare parole tecniche. Mostra che il quartiere aveva gerarchie di percorrenza. Le strade più larghe regolavano il passaggio attraverso settori diversi della città, mentre quelle secondarie distribuivano l’accesso alle abitazioni. I passaggi più stretti, chiamati ambitus, completavano il sistema collegando internamente gli isolati e contribuendo allo smaltimento delle acque.
Le insulae avevano una forma lunga e stretta. I dati disponibili indicano una larghezza di circa 35 metri e una lunghezza che poteva arrivare a 280 metri. Attualmente sono riconoscibili tre isolati principali, all’interno dei quali gli scavi archeologici hanno identificato venti abitazioni. Le divisioni longitudinali e, in alcuni casi, trasversali permettevano di distribuire più unità domestiche entro uno stesso blocco.
| Elemento urbano | Orientamento o forma | Misura indicativa | Funzione riconoscibile | Fonte di riferimento |
|---|---|---|---|---|
| Cardi | Nord-sud | Circa 5 metri di larghezza | Collegamento tra isolati e accesso alle case | Parco archeologico della Valle dei Templi |
| Grande asse est-ovest | Est-ovest | Circa 11 metri di larghezza | Plateia greca e decumano in età romana | Parco archeologico della Valle dei Templi |
| Insulae | Blocchi rettangolari | Circa 35 per 280 metri | Organizzazione delle abitazioni | Parco archeologico della Valle dei Templi |
| Ambitus | Passaggi interni stretti | Variabile | Circolazione pedonale e drenaggio | Descrizione archeologica del settore |
La regolarità del disegno non implica uniformità assoluta. Le case furono modificate nel tempo, ampliate o adattate a nuove esigenze, ma l’orientamento di fondo restò stabile. È questa persistenza a rendere il quartiere un caso rilevante per la cultura classica. Si osserva una città che cambia senza abbandonare completamente le regole stabilite nelle sue fasi più antiche.
I canali, le cisterne e i pozzi aggiungono una dimensione pratica alla griglia. Le vie non erano soltanto percorsi, ma superfici connesse alla gestione delle acque. Gli ambitus potevano servire per il passaggio rapido fra isolati e, allo stesso tempo, per il deflusso. L’urbanistica antica si riconosce quindi tanto nella misura delle strade quanto nei dispositivi meno evidenti che ne garantivano il funzionamento.
Questa parte della visita cambia il modo di osservare le rovine romane. Invece di cercare soltanto un edificio completo, conviene seguire l’allineamento delle soglie, la distanza tra le strade e la ripetizione degli isolati. Il quartiere non conserva un’unica scena monumentale, ma una struttura urbana ancora leggibile attraverso le relazioni tra i suoi elementi.
Che cosa mostrano le case, i cortili e le botteghe dell’antica Akragas
Le abitazioni costituiscono il nucleo più esteso del quartiere ellenistico-romano di Agrigento. La loro varietà documenta modi diversi di organizzare lo spazio domestico nel corso dei secoli. Alcune case seguono la tradizione ellenistica, con ambienti disposti attorno a un peristilio. Altre riprendono modelli italici, riconoscibili dalla presenza dell’atrio, dell’impluvio e di una distribuzione interna più centrata sul cortile.
Le strutture furono costruite soprattutto con blocchi squadrati di arkose o arenaria. Questo dettaglio è significativo perché le tecniche edilizie mantengono un legame con pratiche costruttive di tradizione greca anche durante le fasi romane. Il quartiere non presenta dunque una rottura netta tra due mondi distinti. Mostra piuttosto adattamenti progressivi, nei quali forme locali, soluzioni ellenistiche e influenze italiche convivono nello stesso spazio urbano.
Nel I secolo a.C. alcune abitazioni con peristilio vennero impostate sopra edifici precedenti. Tra il II e il III secolo d.C. si registra una riorganizzazione più ampia, con la diffusione della casa a cortile centrale circondato da portici e vani. La trasformazione non cancellò la griglia delle vie, ma intervenne all’interno dei lotti, aggiornando la disposizione degli ambienti e il loro apparato decorativo.
La Casa del peristilio, collocata lungo il Cardo I, aiuta a riconoscere l’importanza del cortile porticato. Il peristilio non era soltanto un elemento decorativo. Dava luce agli ambienti, organizzava i collegamenti interni e poteva accogliere aree verdi o piccole fontane. La presenza di colonne e portici definiva una soglia tra lo spazio aperto e le stanze private, dando ordine alla vita domestica.
La Casa delle quattro stagioni è nota per un ambiente pavimentato con un mosaico geometrico a medaglioni, nei quali erano raffigurate le quattro stagioni. Questo tipo di decorazione mostra come il pavimento potesse assumere una funzione rappresentativa, non limitandosi a proteggere la superficie di calpestio. L’immagine delle stagioni collocava un tema figurativo nel cuore della casa, con un linguaggio visivo legato alla cultura romana imperiale.
La Casa della gazzella, lungo il Cardo II, e la Casa delle Afrodite ampliano il quadro delle decorazioni individuate nel settore. Accanto a motivi geometrici monocromi compaiono, nei secoli successivi, scene e figure zoomorfe o fitomorfe. I cambiamenti dei pavimenti costituiscono una delle tracce più leggibili dell’evoluzione cronologica delle abitazioni, dal semplice opus signinum fino ai mosaici policromi figurativi.
La Casa del Maestro astratto viene considerata la più ricca del quartiere. Era dotata di un atrio con pozzo centrale e di una pavimentazione in terracotta. Il pozzo rende immediata una necessità concreta dell’abitare, quella dell’approvvigionamento idrico. In un’area dove le strutture sono parziali, la presenza di pozzi, cisterne e canalizzazioni aiuta a comprendere funzioni che le sole pareti non renderebbero evidenti.
Non tutte le strutture erano destinate a un uso esclusivamente familiare. Sono emerse anche tabernae affacciate sui cardi, con banchi per la vendita. Una bottega era predisposta per ospitare giare e anfore, indizio di una gestione organizzata di derrate o liquidi. Questo elemento avvicina il quartiere alla dimensione economica della città e ricorda che le strade erano luoghi di lavoro oltre che di transito.
Gli intonaci dipinti, le tracce di stucchi e i mosaici non vanno interpretati come decorazioni isolate. Insieme ai cortili e ai sistemi idrici definiscono ambienti progettati per abitare e rappresentare un certo livello sociale. Il settore domestico completa il racconto del turismo culturale ad Agrigento perché restituisce la scala della vita privata, spesso meno immediata ma altrettanto concreta dei grandi complessi sacri.
Perché mosaici, pozzi e sistemi idrici sono centrali nella visita archeologica
I mosaici sono tra gli elementi più riconoscibili del quartiere, ma il loro interesse cresce quando vengono osservati insieme alle altre strutture della casa. Un pavimento decorato segnala una scelta estetica, mentre un pozzo, una cisterna o un canale mostrano le necessità materiali dell’abitare. Nel settore ellenistico-romano questi aspetti convivono e permettono di leggere gli ambienti in modo meno frammentario.
Le pavimentazioni più antiche visibili nella sequenza delle case comprendono rivestimenti semplici in opus signinum, diffusi alla fine dell’età repubblicana e in età augustea. Si trattava di superfici resistenti, ottenute con una miscela di calce e frammenti laterizi. Nei primi secoli dell’Impero si affermarono mosaici geometrici monocromi, capaci di organizzare lo spazio con schemi regolari e contrasti misurati.
Tra il II e il III secolo d.C. le decorazioni diventano più elaborate. Compaiono mosaici policromi con figure animali e vegetali, oltre a composizioni più articolate. La sequenza non va letta come una semplice gara di ricchezza. Ogni modifica può corrispondere a ristrutturazioni, cambiamenti nella funzione degli ambienti o nuove forme di rappresentazione domestica. I pavimenti sono quindi documenti stratificati della storia delle abitazioni.
La Casa delle quattro stagioni offre un esempio chiaro. I medaglioni con le personificazioni stagionali portavano nel pavimento un tema legato al ciclo dell’anno, alla fertilità e all’ordine naturale. Senza separare l’immagine dal luogo in cui si trovava, si può osservare come un soggetto figurativo diventasse parte dell’esperienza domestica. Il mosaico non era un oggetto da museo, ma una superficie attraversata quotidianamente dagli abitanti.
L’acqua era altrettanto centrale. Pozzi e cisterne garantivano approvvigionamento e raccolta, mentre i canali contribuivano alla gestione del deflusso. Gli stretti ambitus tra le case avevano anche una funzione pratica legata al drenaggio. In un quartiere costruito su terrazze, il controllo dell’acqua era indispensabile per mantenere agibili le strade e limitare l’accumulo tra gli edifici.
Gli scavi archeologici permettono di riconoscere questi sistemi perché conservano tagli nel terreno, condotti, rivestimenti e punti di raccolta. Non tutti gli elementi sono spettacolari a distanza, ma sono decisivi per capire la qualità dell’organizzazione urbana. Le strutture idriche mostrano una città che aveva bisogno di manutenzione, distribuzione e soluzioni tecniche, non soltanto di monumenti da celebrare.
Il confronto con i templi greci chiarisce la specificità di questo settore. Nei santuari l’attenzione si concentra su colonnati, altari e spazi rituali. Nel quartiere si osservano invece problemi quotidiani come l’accesso all’acqua, il passaggio tra gli isolati, la vendita delle merci e la decorazione delle stanze. I due paesaggi appartengono alla stessa città, ma rispondono a funzioni e ritmi molto diversi.
La vicinanza con il museo rende utile collegare ciò che resta sul terreno agli oggetti e ai materiali esposti nelle collezioni archeologiche. Il sito conserva i contesti architettonici, mentre le raccolte museali aiutano a collocare ceramiche, iscrizioni e manufatti entro una cronologia più ampia. L’area di San Nicola non va perciò considerata soltanto come un passaggio secondario tra la Valle e il museo.
La stessa attenzione ai contesti vale per i monumenti funerari vicini. Per un confronto con le aree di sepoltura della zona, può essere utile approfondire la necropoli paleocristiana della Valle dei Templi, che appartiene a una fase e a una funzione differenti. Le case, le necropoli e gli edifici pubblici raccontano aspetti complementari dello stesso patrimonio storico.
Osservare mosaici e sistemi idrici insieme permette dunque di evitare una lettura decorativa delle rovine. Nel quartiere ellenistico-romano, le superfici ornate e le infrastrutture più discrete fanno parte di un unico organismo urbano, costruito per sostenere la vita di una comunità nel lungo periodo.
Che cosa raccontano l’Ekklesiasterion, l’agorà superiore e il Bouleuterion
Il poggio di San Nicola ospita strutture che cambiano la scala dell’osservazione. Dopo le abitazioni e le botteghe del quartiere, qui entrano in scena edifici collegati alla vita pubblica, politica e religiosa di Akragas. L’area nord-orientale del poggio era destinata a usi sacri e civici, mentre il versante meridionale conserva l’Ekklesiasterion, uno degli elementi più riconoscibili del complesso.
L’Ekklesiasterion venne costruito tra il IV e il III secolo a.C. e in età romana fu utilizzato come comitium. Ciò che si vede oggi è una cavea semicircolare scavata nella roccia, con un diametro massimo di circa 48 metri. I diciannove ordini concentrici di gradini potevano ospitare fino a tremila persone, secondo le indicazioni archeologiche relative al monumento.
La funzione originaria dell’edificio era legata alle riunioni della comunità cittadina. La cavea consentiva a un pubblico numeroso di disporsi attorno allo spazio centrale destinato alla parola pubblica. Della piattaforma dell’oratore non resta traccia, poiché fu distrutta in epoca romano-imperiale durante la costruzione di una casa con peristilio. Anche questa perdita racconta una trasformazione: un luogo civico venne in seguito riutilizzato per esigenze abitative.
Dopo l’abbandono e il riempimento della cavea, tra II e I secolo a.C. fu costruito un piccolo tempio. A questa fase è collegato l’edificio tradizionalmente chiamato Oratorio di Falaride. Il nome è improprio, perché non è nota alcuna dedicazione che lo colleghi al tiranno Falaride. La denominazione storica non deve quindi essere scambiata per un’identificazione archeologica certa.
L’edificio è impostato su podio, preceduto da una scalinata. Comprende una cella realizzata con blocchi isodomi e un pronao che in origine aveva quattro colonne ioniche, oggi perdute. Durante il Medioevo, con l’insediamento di un monastero cistercense sul poggio, la struttura venne trasformata con una volta a botte e una finestra. Il monumento conserva dunque segni di epoche molto diverse, dalla costruzione romana al riuso monastico.
L’agorà superiore si sviluppa a nord del poggio e comprende un altro settore di grande interesse. Resti di un edificio tardo-arcaico sono stati individuati su una terrazza artificiale. Dopo la distruzione del 406 a.C., l’edificio sopravvisse in forma ridotta come naiskos. Nel IV secolo a.C. la terrazza fu rialzata con un riempimento imponente, che inglobò le fondazioni precedenti e venne sostenuto da muri di contenimento ancora visibili in alcuni punti.
Sul lato meridionale della terrazza venne costruito il Bouleuterion, datato tra la fine del IV e il III secolo a.C. Era la sede della boulè, il consiglio cittadino. L’edificio aveva una pianta rettangolare e gradinate disposte a semicerchio in sei file. Restano due semicolonne addossate alla parete curva e tracce del portico esterno, elementi che aiutano a ricostruire l’organizzazione dello spazio.
Nel III secolo d.C. il Bouleuterion fu trasformato in un odeon a cielo aperto. Nell’orchestra resta un mosaico policromo, testimonianza della nuova funzione dell’edificio. La conversione da sede politica a struttura per spettacoli o riunioni indica un mutamento nelle pratiche pubbliche della città romana. Questo cambiamento rende l’area particolarmente utile per seguire l’evoluzione delle funzioni collettive oltre la fase greca.
In età augustea venne inoltre costruito un tempio di tipo romano all’interno di un’ampia area porticata; del complesso rimane il podio. A nord dell’agorà sono riconoscibili anche resti di un altro tempio romano. Il poggio di San Nicola concentra quindi una successione di edifici che attraversa l’età arcaica, ellenistica, romana e medievale, senza offrire una lettura lineare o uniforme.
Questo settore può essere messo in relazione con altri monumenti della zona occidentale della Valle. La pagina dedicata alla Tomba di Terone e al suo monumento aiuta a distinguere un edificio funerario da spazi destinati all’assemblea civica, al culto e alla vita urbana. La varietà delle funzioni rende più precisa la lettura dell’archeologia di Agrigento.
Come osservare il patrimonio storico senza confondere le fasi del sito
Il quartiere ellenistico-romano richiede un’osservazione diversa da quella riservata ai grandi templi greci. Le strutture sono più basse, frammentarie e distribuite su un’area ampia. Per questo risulta utile seguire prima la maglia delle strade, poi la forma degli isolati e infine gli elementi interni delle case. L’ordine di osservazione aiuta a comprendere le relazioni tra edifici, senza affidarsi soltanto ai dettagli più decorativi.
La prima attenzione va rivolta agli allineamenti. I cardi mostrano un andamento nord-sud, mentre le vie est-ovest strutturano i collegamenti trasversali. Quando le soglie, i muri e le canalizzazioni sembrano frammentati, l’orientamento generale restituisce coerenza al complesso. Il quartiere non è una somma casuale di resti, ma il risultato di una pianificazione mantenuta e adattata attraverso più epoche.
La seconda attenzione riguarda le differenze tra spazio privato e spazio pubblico. Le case con cortili, peristili, atri e pozzi appartengono alla dimensione domestica. L’Ekklesiasterion, il Bouleuterion e l’agorà superiore rimandano invece alle assemblee, alle decisioni cittadine e ai culti. Separare queste funzioni permette di evitare un errore frequente, cioè attribuire a ogni struttura antica un uso religioso o monumentale.
La terza attenzione riguarda le trasformazioni. Un edificio può avere avuto una funzione e poi essere stato modificato radicalmente. L’Ekklesiasterion, per esempio, venne alterato dalla costruzione di una casa a peristilio. Il Bouleuterion divenne un odeon. L’Oratorio di Falaride fu trasformato in epoca medievale. Queste stratificazioni rendono il sito più complesso, ma anche più utile per capire come le città riusavano i propri spazi.
La visita acquista significato quando si collegano materiali e funzioni. Un mosaico policromo rimanda a un ambiente domestico decorato. Un banco di vendita indica un’attività commerciale. Una cisterna o un canale mostra un’infrastruttura necessaria alla vita quotidiana. Le gradinate della cavea parlano invece di una comunità riunita. Ogni elemento acquista valore quando viene letto nel contesto della struttura a cui apparteneva.
Il patrimonio storico di San Nicola non coincide con una sola età. L’impianto originario affonda le sue radici nel VI secolo a.C., mentre molte strutture visibili riflettono interventi tardo-ellenistici e romani. A queste fasi si aggiungono riusi medievali. La corretta lettura non richiede di memorizzare ogni data, ma di riconoscere che i resti raccontano una lunga durata e non un momento immobile della città.
Per il turismo culturale, questa complessità è un vantaggio soltanto se si accetta di osservare con precisione. Le rovine romane del quartiere non offrono una ricostruzione completa di una casa antica, ma mostrano i segni sufficienti per individuare cortili, pavimenti, strade e percorsi idrici. Il sito invita a leggere indizi architettonici, non a cercare edifici perfettamente conservati.
Come verifichiamo le informazioni
Le informazioni storiche e descrittive riportate in questa pagina derivano dalla documentazione del Parco archeologico della Valle dei Templi e dalle descrizioni dei monumenti di San Nicola. Orari, biglietti, condizioni di accesso e percorsi interni non sono indicati qui perché devono essere verificati sulla fonte ufficiale aggiornata prima della visita.
Il giorno precedente alla partenza, controllate sul sito del Parco le condizioni pubblicate per il museo, il quartiere e le aree connesse. Fa fede quanto viene comunicato dal gestore del sito alla data della visita, soprattutto in presenza di manutenzioni, variazioni stagionali o limitazioni temporanee.
Che cosa si vede nel quartiere ellenistico-romano di Agrigento?
Si riconoscono cardi e vie trasversali, tre insulae principali, abitazioni con cortili e peristili, botteghe, pozzi, cisterne, canali e pavimenti decorati. Il vicino poggio di San Nicola conserva anche l’Ekklesiasterion, l’agorà superiore e il Bouleuterion.
Perché il quartiere è importante per capire Akragas?
Il settore mostra l’organizzazione della città abitata oltre i santuari. Le case, le strade e gli impianti idrici documentano la vita quotidiana, le attività commerciali e le trasformazioni avvenute dall’età ellenistica a quella romana.
Quali case sono note nel quartiere ellenistico-romano?
Tra gli edifici citati dalle descrizioni archeologiche figurano la Casa del peristilio, la Casa delle quattro stagioni, la Casa della gazzella, la Casa delle Afrodite e la Casa del Maestro astratto.
L’Ekklesiasterion era un teatro?
Era uno spazio semicircolare destinato alle riunioni della comunità cittadina. In età romana fu utilizzato come comitium. La cavea, scavata nella roccia, conserva diciannove ordini di gradini concentrici.
Il quartiere conserva solo strutture romane?
No. I resti monumentali visibili appartengono soprattutto alle fasi tardo-ellenistiche e romane, ma il piano urbano riprende un impianto già presente tra la metà e la fine del VI secolo a.C.
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